Kodak e le scatolette Brownie (prima parte)

Nell’ultimo decennio del 1800 l’azienda americana Kodak commercializza tre prodotti assolutamente innovativi: la macchina fotografica Kodak, il transparent film e la Kodak Brownie.

Kodak Brownie, 1900.

Questi tre brevetti provocano una svolta radicale nella storia della fotografia, che si trasforma in un fenomeno di massa ed assume nuove valenze mercantili e culturali.

Prima parte: dalle origini alla Pocket Kodak del 1895

Nel 1900, anno in cui la piccola fotocamera Brownie appare sul mercato americano, la fotografia ha già percorso un lungo cammino: la data ufficiale della sua nascita risale al 9 gennaio 1839, giorno in cui Luis Daguerre presenta pubblicamente il suo lavoro presso l’Académie des sciences a Parigi. La prima fotografia conosciuta è ancora più antica: l’eliografia Point de vue du Gras, realizzata nel 1826 dal francese Nicéphore Niépce. Impressa su un foglio di stagno, è il primo esempio di immagine fotografica fissata in modo permanente. Ancora prima, nel 1802, l’inventore britannico Thomas Wedgwood aveva illustrato alla Royal Society of London i suoi esperimenti sull’uso del nitrato d’argento, senza però riuscire a bloccare le immagini in modo duraturo.

L’eliografia Point de vue du Gras (“Vista dalla finestra a Les Gras”) di Nicéphore Niépce, 1826, primo esempio di immagine fotografica fissata in modo permanente. Il soggetto è il panorama visto da una finestra al primo piano della casa laboratorio di Niépce, chiamata Le Gras, a Saint Loup de Varennes.

Tecnicamente tutti questi studiosi combinavano due nozioni scientifiche a lungo conosciute. La prima è di natura ottica: la luce che passa attraverso una piccola fessura circolare posta sulla parete di una stanza buia o di una scatola proietta un’immagine capovolta sulla superficie opposta. Questo è il principio sfruttato dalla camera obscura: un dispositivo noto fin dall’antichità e ampiamente diffuso fra gli artisti già nel XVII secolo, come ausilio per la riproduzione dei paesaggi.

Il secondo fenomeno è di natura chimica ed era stato divulgato da Johann Heinrich Schulze nel 1727: lo studioso tedesco si era accorto che alcune sostanze chimiche, in particolare gli alogenuri d’argento, anneriscono se esposte alla luce.

L’enigma irrisolto consisteva nel capire come rendere duratura l’immagine generata all’interno della camera obscura. Nicéphore Niépce aveva usato il bitume di giudea (che indurisce se esposto alla luce), ma il contributo più rilevante giunse dal chimico inglese John Herschel all’inizio dell’800. I suoi studi sulla solubilità dei sali di argento nel tiosolfato di sodio stanno infatti alla base del lavoro di Luis Daguerre: il fissaggio conclusivo dei dagherrotipi si otteneva proprio con il lavaggio in una soluzione di tiosolfato di sodio, che eliminava i residui d’argento ancora sensibili alla luce.

George Eastman

Quando il giovane impiegato di banca George Eastman inizia a interessarsi di fotografia, in occasione di un viaggio d’affari nel 1877, questa arte è ancora un esercizio molto complesso che impone al fotografo una gamma articolata di competenze e conserva un buon numero di limitazioni. Portabilità e dimensioni degli strumenti di ripresa, conoscenze tecniche estese fino ai processi chimici e costo dei materiali relegano l’attività fotografica all’iniziativa dei professionisti o di facoltosi hobbisti. Inghilterra e Francia sono le nazioni all’avanguardia e le fotografie trovano impiego soprattutto nella ritrattistica e nell’attività documentaria, come la riproduzione di opere d’arte o di immagini scientifiche.

George Eastman, circa 1880.

La tecnica fotografica più in voga è il collodio umido (Wet plate negative), un procedimento inventato dal fotografo inglese Frederick Scott Archer nel 1848 e reso pubblico nel 1851. L’immagine fotografica viene registrata su lastre di vetro cosparse con un composto di collodio e nitrati d’argento. Questo rivestimento rimane fotosensibile finché si mantiene umido: occorre quindi preparare le lastre poco prima dell’uso, scattare le fotografie e poi sviluppare i negativi subito dopo, portando sempre con sé un voluminoso equipaggiamento. “Usavamo il procedimento al collodio – rammenta Eastman (1) – si puliva bene una lastra di vetro e si cospargeva con una soluzione di chiara d’uovo, che serviva per far aderire lo strato successivo. Poi si spalmava sulla lastra un’emulsione di fulmicotone, alcohol e sali di bromuro. Mentre l’emulsione era ancora umida si immergeva la lastra in una soluzione di nitrati d’argento, che era l’agente sensibilizzante. Tutto doveva essere svolto al buio. La lastra, ancora umida e protetta dalla luce, veniva inserita nella macchina. A quel punto si poteva scattare una fotografia.

La successiva stampa del negativo avviene per contatto, ponendo la lastra su fogli di carta albuminata: la chiara d’uovo era adoperata come legante, mischiata al cloruro di sodio e al nitrato d’argento (la stampa all’albume era stata introdotta nel 1850 dall’inventore francese Louis Désiré Blanquart-Evrard).

Tecnica al collodio: stampa ottocentesca raffigurante un fotografo, l’assistente e l’attrezzatura nella camera oscura.

Nel 1877 Eastman intende recarsi a Santo Domingo attratto da potenziali investimenti immobiliari: una base navale americana era infatti in costruzione a Samana bay, nell’isola di Hispaniola. Per documentare i lotti edificabili compra una macchina fotografica a lastre da 5×8 pollici (circa 13x20cm) assieme al corredo necessario: un treppiede, lastre di vetro, carta fotografica, scatole per i negativi, una tenda da usare come camera oscura e l’occorrente per un piccolo laboratorio chimico (idrometro, bilancia e pesi, vasi di lavaggio, distillatore, etere, alcool, collodio ecc.). Alla fine la spesa totale raggiunge i 94,58$, incluse anche alcune lezioni introduttive: quasi 2.500$ al valore attuale.

La gente dava per scontato che chiunque possedesse una macchina fotografica ne facesse una professione, i dilettanti erano pressoché inesistenti: in tutta Rochester ce n’erano solo due”, ricorda Eastman. E ogni volta che si montava l’attrezzatura “una folla si raccoglieva intorno come se si trattasse di una fiera di farmaci miracolosi”.

Il viaggio a Santo Domingo alla fine non ha luogo, ma nel corso dei preparativi il giovane bancario approfondisce lo studio della fotografia, e in quell’esperienza intravvede un’opportunità imprenditoriale: “inizialmente volevo semplificare l’attività fotografica solo a mio vantaggio ma ben presto mi resi conto della possibilità di una produzione commerciale”. L’idea di Eastman è semplice: produrre una macchina fotografica “comoda come una matita”.

La Eastman Dry Plate Company

Dopo tre anni di intenso studio, esperimenti notturni (di giorno Eastman continua a lavorare in banca), ricerca di finanziatori e viaggi commerciali, il 1 gennaio 1881 viene fondata a Rochester, nei pressi di New York, la Eastman Dry Plate Company. Il novello imprenditore ha trovato il modo di industrializzare la produzione di lastre di vetro al collodio secco (Dry plate collodion). Eastman perfeziona il procedimento inventato nel 1871 dal fotografo e fisico inglese R.L. Maddox: l’aggiunta di acido tannico alla gelatina fotosensibile permette di lasciarla asciugare senza deteriorarla. E’ un buon risultato: le lastre non devono più essere preparate al momento dello scatto e quindi viene meno l’obbligo di trasportare materiali ingombranti sul campo di ripresa.

Rimangono però altri difetti, tra i quali un lungo tempo di esposizione (fino a 6 volte superiore rispetto al collodio umido), il peso delle lastre e il costo dei materiali: per fare un deciso passo avanti occorre individuare un sostituto della lastra di vetro come supporto per lo strato fotosensibile.

Già nel 1841 l’inglese William Henry Fox Talbot aveva divulgato i suoi studi sulla carta fotografica e sulla tecnica di riproduzione chiamata Calotipia. Qualche anno dopo, nel 1851, il fotografo francese Gustave Le Gray aveva ottenuto risultati migliori spalmando cera fusa sulla carta fotografica prima di sensibilizzarla. Tuttavia, sul finire degli anni 50 l’uso della carta era stato definitivamente accantonato in favore delle lastre di vetro.

Kodak American Film
L’unica confezione esistente di Kodak film (o American Film) da usare con la Kodak Camera del 1888 è custodito dal George Eastman Museum, Rochester.

Eastman recupera questa tecnica e ne prosegue la sperimentazione finché il 14 ottobre 1884 brevetta l’Eastman negative paper (in seguito chiamato anche American Film o Stripping film). Si tratta di una striscia di carta calandrata che interpone uno strato di gelatina di allume di cloro (solubile in acqua) alla patina sensibilizzata con i sali d’argento. Una volta asciutta, la carta negativa diventa flessibile e arrotolabile. Durante lo sviluppo la pellicola contenente l’immagine negativa viene separata dalla striscia di carta in un bagno di acqua calda (che scioglie la gelatina solubile) per poi essere avviata alla fase di stampa.

L’anno seguente, con brevetto del 5 maggio 1885, viene messo a punto  anche lo strumento per utilizzare le bobine di pellicola: il caricatore a rullo (Roll film Holder). Progettato con l’aiuto di William Hall Walker (ex produttore di fotocamere e socio di Eastman), l’ingegnoso meccanismo è costruito con componenti intercambiabili e converte all’uso dei negative paper le macchine fotografiche già esistenti. Presentato alla International Inventions Exhibition di Londra, il congegno viene premiato con la medaglia d’oro.

Eastman-Walker Roll film Holder, seconda versione, 1887

In conseguenza, anche la ragione sociale dell’azienda viene modificata in Eastman Dry Plate & Film Company.

Ulteriori sperimentazioni

L’American Film è un buon sostituto delle lastre di vetro: ha un costo inferiore, consente al fotografo di continuare ad utilizzare l’attrezzatura già acquistata e soprattutto gli permette di scattare fino a 50 immagini con un caricatore del peso di circa 1kg (in confronto, 50 lastre di vetro possono superare i 20kg di peso).

Tuttavia la qualità dei negativi non è eccelsa e non mancano le critiche. Nel 1885 la rivista americana Walzl’s Photographic Monthly giudica la pellicola “carente di lucentezza con stampe dall’aspetto grigiastro e malaticcio” e i professionisti continuano a preferire le lastre, per la loro migliore resa.

“Quando  iniziammo con le pellicole fotografiche – racconta Eastman – ci aspettavamo che chiunque avrebbe sostituito le lastre di vetro con le pellicole. In realtà quelli che lo fecero furono relativamente pochi. Per espandere la nostra attività avevamo bisogno di un pubblico più vasto”. Eastman identifica il suo pubblico nei dilettanti che, ignari di tutte le questioni tecniche, intendono ottenere una sorta di “memoriale della vita quotidiana: oggetti, luoghi e persone che suscitano il loro interesse”

Occorre quindi studiare un sistema più pratico dell’American Film, svincolandosi dai limiti della carta. Serve anche un modello di fotocamera efficiente ma di facile utilizzo. Nell’agosto del 1886 Eastman si rivolge a un ricercatore dell’Università di Rochester, il chimico Henry Reichenbach, perché guidi il nuovo laboratorio di ricerca appositamente organizzato all’interno dell’azienda. Nel frattempo si dedica personalmente al progetto della nuova fotocamera, coadiuvato da Frank Brownell, l’artigiano che si era occupato di produrre il Roll holder.

La Kodak Camera del 1888

Verso la fine dell’800 il mercato delle macchine fotografiche portatili segue tre linee guida: fotocamere pieghevoli da campagna  (folding strut camera),  macchine a stativo o a mano libera (stand camera, hand camera) e box camera a cassetta (chiamate anche detective camera). Queste ultime sono piccole fotocamere portatili a forma di scatola che avevano ottenuto una certa popolarità perché, essendo poco appariscenti, permettevano l’uso dissimulato in luoghi pubblici: da qui il nome di detective camera (il primo brevetto appartiene all’accademico inglese Thomas Bolas ed è datato 3 novembre 1881).

Immagine pubblicitaria della prima Kodak Camera

Ispirandosi proprio alle detective camera, nel novembre del 1887 Eastman assembla i primi campioni della Kodak Camera (il cui brevetto è datato 4 settembre 1888), una macchina che, secondo le sue parole, può “esser messa nelle mani di una persona qualsiasi con risultati soddisfacenti”.

Kodak Camera, 1888

La Kodak Camera è un apparecchio a cassetta con caricatore a rullo integrato, costituito da una scatola di legno di dimensioni ridotte, 63/4x33/4x33/4 pollici (circa 17×9,5×9,5cm). L’obiettivo è una semplice lente doublet costruita da Baush&Lomb e produce negativi circolari di 2.5 pollici di diametro (circa 6,4cm). Il formato circolare serve a mascherare i difetti di aberrazione cromatica e distorsione visiva generate dalla lente. La macchina è priva di regolazioni: messa a fuoco, velocità di otturazione e apertura del diaframma sono fisse. Anche il mirino è assente: la profondità di campo si estende da 6 piedi (2 metri circa) all’infinito. L’otturatore a cilindro rotante (assemblato da Yawman&Erbe Manufacturing Co.) ha invece un funzionamento ingegnoso: le lenti sono inserite in un tubo cilindrico dotato di due fessure, quando si preme il pulsante di scatto il cilindro ruota, le due fessure si appaiano sul piano della lente permettendo alla luce di attraversarla e colpire la pellicola. In stato di riposo l’otturatore serve invece da copriobiettivo.

L’utilizzo della macchina è semplicissimo: si tira un filo per armare l’otturatore, si preme la levetta di scatto e si gira una chiavetta per far avanzare il rullino. La piccola Kodak non prevede l’uso del treppiede ma dove essere tenuta saldamente appoggiata al petto. L’apparecchio è consegnato con una pellicola da cento pose già caricata: quando il rullino si esaurisce occorre rispedire l’intera macchina alla fabbrica Kodak perché sviluppi la pellicola e la sostituisca con una nuova (al costo di 10$).

Il brevetto della Kodak Camera 1888

In realtà la Kodak non è la prima detective camera a rullino (il primo brevetto risale al 1887 ad opera di Robert Gray ed Henry Stammers) ma l’originalità di Eastman consiste nell’aver concepito un sistema integrato che, separando la fase di scatto da quella di sviluppo e stampa, permette di ottenere buone fotografie anche a una persona completamente inesperta.  Il 1888 segna quindi l’avvento di una nuova era: quella della fotografia amatoriale e della tecnica fotografica “instantanea” (la snapshot photography, come viene chiamata ancora oggi).  In effetti, pur non avendo un prezzo propriamente popolare (25$ dell’epoca, pari a circa 600$ correnti) la Kodak Camera riscuote un ottimo successo commerciale: in un anno ne vengono vendute oltre 5200.

Bambini in spiaggia, circa 1890 (National Science and Media Museum, Bradford, UK)

Certo la macchina ha i suoi limiti: senza mirino è difficile comporre l’inquadratura e, benché un indicatore segnali l’avanzamento del rullino,  senza un contascatti è arduo tenere a mente il numero di pose diponibili rispetto alle 100 iniziali. Come rimedio viene introdotto un cartoncino bianco da posare sopra la macchina: da un lato mostra un segno a forma di “V”, per dare un’idea dell’inquadratura, e dall’altro un elenco di 100 numeri da barrare manualmente man mano che si scattano le fotografie.

You Press the button, we do the rest

La diffusione della Kodak Camera è sostenuta da una vigorosa strategia di comunicazione: accompagnata dallo slogan “You press the button, We do the rest” (“Voi premete il bottone, Noi pensiamo al resto”), la macchina è messa sul mercato con il nome commerciale Kodak, una parola di fantasia scelta perché sia facilmente memorizzabile e abbia la stessa pronuncia in tutte le lingue.

La famiglia rappresenta il target principale dell’attività promozionale, che stimola una nuova concezione della fotografia come strumento per registrare il fluire della vita domestica. Ed Hickey, che aveva ricevuto in dono una Kodak da George Eastman nel 1890, scrive nella sua lettera di ringraziamenti: “Guardo le fotografie dei miei bambini tutti i giorni  e capisco che queste immagini avranno sempre più valore per me man mano che i bambini crescono, perché potrò continuare a vederli così come sono da piccoli. Si immagina se potrei mai cederle a qualcuno per qualsiasi cifra?”

Nell’intento di attrarre quanti più utenti possibile,  la comunicazione pubblicitaria si rivolge anche al mondo femminile: nel 1893 appare la Kodak Girl, la figura dal carattere elegante, giovanile e indipendente che, fotocamera in mano, illustra le locandine Kodak.

“Kodak Girls at the world fairs”, stampa pubblicitaria, 1893 (www.kodakgirl.com)

In un articolo del 1891 il Chicago Tribune commenta la fortuna crescente dell’apparecchio Kodak: “questa mania si sta diffondendo paurosamente. Chicago ha visto passare tante mode dalla carriera brillante ma effimera, la fotografia amatoriale invece è arrivata per restare”.

Il successo commerciale si rispecchia nella dinamica di espansione aziendale. Nel 1891 vienea inaugurata a Rochester (nei pressi di New York) l’area industriale denominata Kodak Park, un’estensione di sei ettari che ospita gli impianti per la produzione di pellicole e i laboratori di ricerca. Contemporaneamente  nel sobborgo londinese di Harrow sorge la prima manifattura oltreoceano: la Kodak Ltd. UK.

Tale è la notorietà del marchio Kodak che nel 1892 viene inglobato nella ragione sociale: nasce ufficialmente la Eastman Kodak Company. 

Kodak Park 1905
Kodak Park, Rochester, estate 1905 (da Kodak.com)

L’azienda beneficia anche di un contesto politico-sociale favorevole. L’America di fine ‘800 offre efficienti infrastrutture di trasporto e distribuzione, disponibilità di energia elettrica (nel 1902 gli Stati Uniti contano già 2.250 centrali elettriche), un sistema postale affidabile e un settore giuridico evoluto che protegge marchi e brevetti. La pubblicazione di quotidiani e riviste in migliaia di copie contribuisce a indirizzare i gusti popolari, in un quadro sociale di benessere crescente (il primo numero di Harper’s Bazaar appare nel 1867, seguito da Century nel 1881, Life nel 1883, Vogue nel 1892 ecc).

Sede centrale della filiale inglese di Kodak, a Clerkenwell Road, Londra,1902: sul tetto svetta lo slogan “You press the button, we do the rest

 

Il transparent film

Un’altra tappa cruciale nella storia dell’azienda Kodak coincide con la distribuzione del Transparent film. Il  27 agosto 1889 l’azienda americana mette in vendita una pellicola negativa trasparente in celluloide che non necessita più di alcun supporto cartaceo.  E’ il risultato della sperimentazione pluriennale di Henry H. Reichenbach sulla celluloide, un materiale a base di nitrato di cellulosa e canfora sintetizzato dal chimico inglese Alexander Parkes nel 1856 e brevettato da John W. Hyatt nel 1869 per la produzione di palle da biliardo.

Sottile, leggera e flessibile, ha qualità fotografiche paragonabili a quelle della lastra di vestro e un processo di sviluppo meno laborioso, che consente agli utenti di processare i negativi in autonomia o tramite la rete commerciale di drugstore e rivenditori Kodak. “La nuova pellicola è il prodotto più sofisticato che abbiamo mai cercato di fare – scrive Eastman a William H. Walker, direttore della filiale di Londra – il suo sistema di fabbricazione elimina ogni difetto finora riscontrato nella produzione di pellicole. Il suo mercato è immenso… se riuscissimo a controllarlo appieno non lo cambierei con quello del telefono“.

Il Transparent film verrà utilizzato durante tutto il XX secolo, tramite numerosi perfezionamenti (in particolare la sostituzione della celluloide, molto infiammabile, con l’acetato di cellulosa), e avrà anche un ruolo basilare nella nascita della cinematografia: Thomas Edison la utilizzerà nei suoi studi per il cinetoscopio, il precursore del moderno proiettore cinematografico.

Una confezione di Kodak Transparent film ca. 1890 (Getty images)

Un primo affinamento appare già nel 1891: il daylight film, la pellicola per luce diurna, avvolta per tutta la lunghezza da una banda di carta nera che la protegge dalla luce solare. Può essere caricata nella macchina fotografica senza ricorrere alla camera oscura e, per la prima volta, sulla parte visibile della striscia di carta sono stampati  i numeri sequenziali dei fotogrammi.

Prende forma il modello imprenditoriale di Eastman: produrre macchine fotografiche a prezzo contenuto e di facile utilizzo che incentivino la vendita di pellicole, fonte primaria di profitto. Nel 1898 il numero di rullini venduti supera il milione e mezzo.

La Pocket Kodak del 1895

Di pari passo si amplia anche la gamma di fotocamere a pellicola Kodak,  con l’introduzione di nuovi modelli sia a cassetta che a soffietto tra cui un piccolo gioiellino nel 1895: la Pocket Kodak.

La Kodak tascabile è una macchina a cassetta di dimensioni realmente ridotte: solo 5,5×7,6x10cm (2,3/16x3x4 pollici), con un peso di appena 170g. La Pocket Kodak beneficia infatti dell’innovativo frontroll design: grazie allo spostamento in avanti dei rocchetti con la pellicola, ora posti vicino all’otturatore, la macchina risulta più corta e compatta.

Facilmente trasportabile nel tascone di una giacca, produce negativi rettangolari di 3,8x5cm (1,5 x 2 pollici), utilizzando la pellicola daylight in formato 102.

Sul dorso è inserita una finestrella rossa attraverso cui leggere il numero di avanzamento dei fotogrammi. Al prezzo di 5$ (circa 130$ di oggi) il risultato commerciale è sbalorditivo: in 5 anni ne vengono vendute quasi 150.000.

Una Pocket Kodak del 1895 con rullino “daylight” in formato 102 e libretto di istruzioni (da Wikipedia)

 

 La Kodak Brownie

Sul finire del secolo l’azienda di Eastman dispone ormai di tutte le risorse necessarie per compiere una vera e propria rivoluzione in campo fotografico: nasce la Kodak Brownie.

Continua a leggere: Kodak e le scatolette Brownie – parte seconda

 


(1) Le citazioni di George Eastman sono tratte da “George Eastman: A Biography” di Elizabeth Brayer, Rochester University Press, 2006

Bibliografia

George Eastman, Bernard A. Weisberger, American Heritage Publishing, 2017

George Eastman: A Biography, Elizabeth Brayer, Rochester University Press, 2006

The Decisive Moment , Henri Cartier Bresson, Simon & Schuster, 1952

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Celluloid and photography, part 2, scienceandmediamuseum.org.uk, 2012

The greatest technology entrepreneur, Gary Hoover, 2018

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